Storia del cajón flamenco: strumento peruviano arrivato in Andalusia
La storia del cajón flamenco comincia molto lontano dall’Andalusia. Lo strumento che oggi accompagna con naturalezza bulerías, tangos e rumbas nasce infatti all’interno della cultura afro-peruviana e arriva nel flamenco soltanto nella seconda metà del Novecento. La sua integrazione è stata così rapida da farlo sembrare molto più antico nel repertorio flamenco di quanto non sia realmente.
Il passaggio decisivo viene generalmente collegato all’incontro avvenuto in Perù tra Paco de Lucía, il percussionista Rubem Dantas e il grande cajonero afro-peruviano Carlos “Caitro” Soto. Da quel momento una semplice cassa di legno sviluppata in un altro continente trova una nuova funzione musicale e diventa uno degli strumenti più riconoscibili del flamenco contemporaneo.
La vicenda è interessante proprio perché mostra come una tradizione possa cambiare senza perdere la propria identità. Il cajón non sostituì palmas, taconeo o chitarra: aggiunse una nuova possibilità ritmica a un linguaggio già esistente.
Prima del flamenco c’è il cajón peruviano
Il cajón appartiene alla storia musicale della popolazione afro-peruviana.
Durante il periodo coloniale, uomini e donne di origine africana portarono in Perù patrimoni ritmici che dovettero adattarsi a condizioni sociali completamente nuove. Nel corso del tempo contenitori e casse di legno disponibili negli ambienti portuali e domestici vennero utilizzati come superfici percussive e si sviluppò progressivamente uno strumento con caratteristiche proprie. Le fonti istituzionali peruviane collegano infatti la nascita del cajón alla storia delle comunità afrodiscendenti e alla formazione della musica della costa del paese.
Non sarebbe corretto immaginare che un giorno qualcuno abbia semplicemente inventato il cajón nella sua forma moderna.
Come molti strumenti popolari, si sviluppò attraverso un processo.
La cassa assunse progressivamente proporzioni e modalità di costruzione più definite, mentre i musicisti perfezionarono le differenti zone sonore della superficie frontale.
Il principio rimane estremamente semplice: il percussionista si siede sulla cassa e colpisce la tavola anteriore con mani e dita.
Da questa apparente semplicità nasce però una notevole varietà timbrica.
La parte centrale e inferiore permette di ottenere sonorità più profonde, mentre le aree superiori producono colpi più secchi e brillanti. Il musicista può cambiare timbro intervenendo su posizione, intensità e tecnica della mano.
Nel repertorio peruviano il cajón diventa particolarmente importante nelle tradizioni criolle e afro-peruviane, accompagnando forme musicali e coreutiche della costa. Il governo peruviano lo riconosce come uno degli strumenti simbolo di questa eredità e nel 2001 è stato dichiarato Patrimonio Cultural de la Nación.
Questa origine è importante perché l’espressione “cajón flamenco” può far pensare che esistano due invenzioni completamente indipendenti.
La storia è diversa: lo strumento è peruviano; il flamenco ne sviluppa successivamente un proprio modo di utilizzarlo.
L’incontro con Paco de Lucía
Il momento decisivo viene collocato nel 1977, durante una tournée sudamericana di Paco de Lucía.
A Lima il chitarrista partecipò a un incontro al quale era presente anche la grande compositrice e cantante peruviana Chabuca Granda. Ad accompagnarla c’era Carlos “Caitro” Soto, musicista profondamente legato alla tradizione afro-peruviana e uno dei grandi interpreti del cajón.
Paco de Lucía ascoltò lo strumento e ne intuì immediatamente le possibilità.
Nella stessa formazione del chitarrista si trovava Rubem Dantas, percussionista brasiliano destinato ad avere un ruolo fondamentale nell’integrazione del cajón nel nuovo ensemble flamenco.
Il racconto tramandato dai musicisti presenti descrive Dantas mentre prova sul cajón un compás por bulerías. L’adattamento risultò sorprendentemente naturale. Il suono grave poteva rafforzare la pulsazione, mentre i colpi più secchi potevano dialogare con gli accenti del flamenco. Paco decise così di portare con sé lo strumento in Spagna.
Le fonti non concordano sempre sui dettagli secondari dell’episodio – per esempio se il cajón sia stato acquistato o regalato – ma il nucleo della storia è ben documentato: l’incontro avviene a Lima, Caitro Soto è il musicista peruviano determinante e Paco de Lucía e Rubem Dantas ne riconoscono immediatamente la possibilità di adattamento al flamenco.
È un caso quasi perfetto di circolazione culturale.
Uno strumento nato nell’esperienza afro-peruviana attraversa l’Atlantico e viene inserito in un’altra tradizione musicale, nella quale trova una funzione diversa.
Perché il cajón funzionava così bene nel flamenco
Il flamenco possedeva naturalmente una forte componente percussiva molto prima dell’arrivo del cajón.
Il ritmo poteva essere sostenuto attraverso:
- palmas;
- taconeo del baile;
- colpi sulla chitarra;
- pitos;
- nudillos;
- percussione su tavoli e altre superfici.
Il cajón non introduce quindi il concetto di percussione nel flamenco.
Introduce piuttosto uno strumento capace di rendere più presente e controllabile la base ritmica, soprattutto nelle nuove formazioni da concerto che stavano diventando più ampie.
Paco de Lucía stava sviluppando proprio in quegli anni un nuovo modello di ensemble. Alla chitarra e al cante cominciavano ad affiancarsi basso elettrico, flauto, sax e percussioni. Serviva uno strumento in grado di sostenere ritmicamente il gruppo senza occupare lo spazio sonoro di una batteria completa.
Il cajón presentava diversi vantaggi.
Era compatto, facilmente trasportabile e dinamicamente flessibile. Poteva produrre un grave abbastanza profondo da fornire una base e contemporaneamente colpi secchi capaci di sottolineare gli accenti.
La sua risposta sonora ricordava inoltre due elementi già familiari all’orecchio flamenco: pianta e tacco del ballerino.
Secondo testimonianze riportate da musicisti vicini a Paco de Lucía, proprio questa relazione tra suoni bassi e alti contribuì alla rapidità con cui lo strumento venne percepito come compatibile con il baile.
Il cajón poteva rinforzare il compás senza cancellare le palmas.
Questa fu probabilmente una delle chiavi del suo successo.
Rubem Dantas e la nascita di un modo flamenco di suonarlo
Portare un cajón dal Perù in Spagna non bastava.
Bisognava capire come suonarlo dentro il flamenco.
È qui che il ruolo di Rubem Dantas diventa essenziale.
Il percussionista non si limitò a riprodurre i ritmi afro-peruviani sul nuovo strumento. Cominciò a sviluppare accompagnamenti adatti a bulerías, tangos, rumbas e altri compases, dialogando con la chitarra di Paco, con il basso di Carles Benavent e con il lavoro melodico di Jorge Pardo.
Lo stesso Dantas avrebbe successivamente sottolineato una distinzione importante: il cajón è peruviano, ma il modo sviluppato nel flamenco possiede caratteristiche proprie.
Questo processo viene spesso definito adattamento o transculturazione.
Lo strumento conserva la propria provenienza, ma cambia il contesto musicale nel quale viene utilizzato.
Nel cajón flamenco acquistano particolare importanza:
- controllo del compás;
- cierres;
- llamadas;
- remates;
- dialogo con palmas;
- relazione con lo zapateado;
- variazioni dinamiche legate al baile.
Il percussionista deve quindi conoscere il linguaggio flamenco, non soltanto la tecnica dello strumento.
Un buon colpo eseguito nel punto sbagliato può disturbare una letra o coprire un passaggio del cante. L’accompagnamento richiede ascolto e comprensione della struttura.
Il disco che rese il cajón parte del nuovo flamenco
Un momento fondamentale arriva nel 1981 con Solo quiero caminar di Paco de Lucía.
Il disco segna la piena definizione del suo celebre sextet, formato insieme a Ramón de Algeciras, Pepe de Lucía, Jorge Pardo, Carles Benavent e Rubem Dantas.
La Fundación Paco de Lucía identifica proprio il cajón peruviano come una delle innovazioni decisive associate a quell’album e sottolinea come il lavoro di Dantas abbia prodotto un suono destinato a diventare immediatamente riconoscibile nel flamenco.
Da quel momento la diffusione accelera.
Il cajón entra negli ensemble, nei concerti, negli studi di registrazione e progressivamente anche nell’accompagnamento del baile.
Nel 1983 compare inoltre nel disco Calle Real di Camarón de la Isla, con Rubem Dantas al cajón nella bulería Esclavo de tus besos. La Fundación Paco de Lucía la segnala come la prima presenza del cajón in un disco di Camarón.
In pochissimo tempo uno strumento praticamente assente dal flamenco tradizionale diventa parte del nuovo paesaggio sonoro.
Cajón peruviano e cajón flamenco sono uguali
L’origine dello strumento rimane la stessa, ma nel tempo costruttori e percussionisti hanno introdotto modifiche legate alle esigenze musicali.
Il cajón tradizionale peruviano valorizza una risposta sonora adatta ai repertori criolli e afro-peruviani. Nel contesto flamenco sono invece diventate comuni soluzioni costruttive capaci di produrre un suono superiore particolarmente secco e brillante.
Molti modelli utilizzati nel flamenco incorporano sistemi di corde o elementi interni che aumentano la componente simile a un rullante.
Non significa che esista un’unica costruzione obbligatoria chiamata “cajón flamenco”.
Esistono modelli differenti e numerosi percussionisti utilizzano strumenti con caratteristiche ibride.
La distinzione più interessante resta quella musicale.
In Perù il cajón appartiene a una storia afro-peruviana e dialoga con ritmi, danze e strumenti specifici.
Nel flamenco viene invece organizzato secondo il sistema del compás e le esigenze di cante, toque e baile.
La stessa cassa acquista quindi una grammatica differente.
Come il cajón ha cambiato l’accompagnamento del baile
Il baile è probabilmente uno degli ambiti nei quali l’effetto del cajón appare più evidente.
Prima della sua diffusione, il suono prodotto dai piedi del ballerino conviveva soprattutto con chitarra, palmas e cante. L’ingresso di una percussione grave aggiunge un nuovo livello.
Il cajonero può sostenere la pulsazione mentre il bailaor costruisce una escobilla, sottolineare una llamada oppure aumentare progressivamente l’intensità durante una subida.
Può anche fare l’opposto: ridurre il volume e lasciare spazio ai piedi.
La relazione non dovrebbe diventare una gara di percussioni.
Quando cajón e zapateado suonano continuamente con la stessa intensità, il baile può perdere chiarezza.
Nel migliore accompagnamento i ruoli cambiano: a volte guida il piede, a volte risponde il cajón, a volte entrambi sostengono la chitarra.
La presenza dello strumento ha quindi ampliato le possibilità dinamiche del flamenco contemporaneo senza eliminare l’importanza delle forme di percussione precedenti.
Uno strumento giovane diventato quasi inevitabile
La rapidità della diffusione del cajón è forse l’aspetto più sorprendente della sua storia.
Nel giro di pochi decenni è passato dall’essere una novità portata dal Perù a uno strumento presente in moltissime formazioni flamencas. RTVE osserva proprio quanto sia facile percepirlo oggi come uno strumento “da sempre” flamenco, nonostante la sua introduzione risalga soltanto alla fine degli anni Settanta.
Questa popolarità non dovrebbe però cancellarne la provenienza.
Definirlo cajón flamenco descrive il modo nel quale viene utilizzato, non il luogo nel quale è nato.
La sua storia parte dalla cultura afro-peruviana, passa attraverso figure come Caitro Soto, incontra l’apertura musicale di Paco de Lucía e trova in Rubem Dantas uno dei protagonisti della trasformazione tecnica che gli permette di entrare stabilmente nel flamenco.
È proprio questa doppia identità a renderlo così interessante.
Il cajón dimostra che una tradizione non rimane viva soltanto conservando ciò che possiede già. Può anche riconoscere in un elemento proveniente da un’altra cultura qualcosa capace di dialogare con il proprio linguaggio.
Il cajón non è nato flamenco. È diventato flamenco senza smettere di essere peruviano.