La fortuna del Flamenco non è sempre stata a colori

La fortuna del Flamenco non è sempre stata a colori

Il flamenco non è da sempre stato accettato nel suo complesso culturale ed artistico e, soltanto negli ultimi decenni, l’importanza del flamenco si è spinta oltremodo superando i confini della cultura spagnola.

La fortuna del flamenco non è sempre stata a colori, questo grazie ai mass media che influirono molto sia dal punto di vista del disfacimento, sia da quello della più tarda divulgazione.

Come per le arti di nicchia nascenti o quelle nate in passato in tutti quei quartieri poveri del Mondo, bisognosi di un’arte che li valorizzi, anche il flamenco non venne in principio apprezzato dalle classi sociali altolocate, dalle quali venne accettato solo in un secondo momento.

Oggi riconosciuto come patrimonio artistico internazionale, il flamenco venne inizialmente deriso, emarginato, schernito e nascosto in particolare anche a seconda di decisioni governative basate probabilmente sul controllo delle masse, o molto più probabilmente, sulla paura degli effetti che questa bellissima arte potesse avere sulle persone.

Dapprima non supportato da nessun media classico, col passare del tempo diviene uno dei principali argomenti trattati dai grandi titoli di riviste, giornali e case editrici, che trasformeranno un’arte dalle origini antiche, confuse, mistiche e profonde, che cerca di traghettare sensazioni e stati d’animo nonché poesia dal cuore del danzatore al cuore del pubblico, in un’arte intrappolata tra moda, intrattenimento turistico e commercio.

Il flamenco dalle sue origini ai giorni nostri è stato sempre più commercializzato, non solo dal punto di vista musicale, ma anche da quello inerente ai contenuti.

Gli stessi artisti si sono prodigati nel tempo per emergere e, come è ben noto in tutti i settori dello spettacolo, per colpire le masse occorre regalare al pubblico qualcosa che piaccia ma che sia al contempo capibile da tutti.

Per questo persino alcuni stili del flamenco sono stati man mano commercializzati e resi molto semplici, in modo da essere ascoltati da chiunque, il tutto compreso in ogni sua forma e sotto ogni aspetto, anche dal punto di vista tecnico e musicale.

Fortunatamente lo stile tradizionale del flamenco classico è rimasto invariato, senza essere stato così mescolato ad altre improbabili stili, così come il ballo del flamenco, il quale è stato lasciato in pace ed anzi perfezionato ed arricchito col trascorrere del tempo all’interno delle culture gitane e spagnole.

I flamencologi sono coloro che ribattezzati con questo appellativo, un tempo sicuramente semplici giornalisti o critici musicali, hanno trovato la propria strada ed ovviamente la propria fortuna attraverso il flamenco. 

Molti di essi sono autori di trattati imprescindibili, anche complessi, nella maggior parte dei casi però poco sufficienti nel descrivere appieno la maestosità di tutto ciò che il flamenco sta a significare.

A causa di questi osservatori, al recupero maniacale delle sue radici razziali, economiche, politiche e sociali, si è però in tempi recenti sommato un insieme scoppiettante di consumismo, sollecitazioni artistiche, grandi festival di flamenco ma che solo lontanamente riescono a ricordare l’essenza tradizionale e popolare di quest’arte profonda, persino produzioni di volumi scritti semi improvvisati pronti per essere letti dalle masse, solo ed esclusivamente per il gusto della loro vendita.

In tutta l’Andalusia l’andamento economico così come il monopolio del flamenco era in mano ai signorotti aristocratici ed ai turisti, i quali tenevano in pugno gli artisti di seconda e terza categoria del flamenco (diciamo quelli che vivevano grazie alla loro arte in taverne o locali di periferia), addirittura “noleggiandoli” per farli suonare o cantare in separata sede dai locali, con performances private a tarda notte, tra i fumi dell’alcool e l’amore di una ballerina dopo qualche serata di spettacolo.

Fortunatamente, quest’arte prenderà così tanto piede e così molta forma in Spagna nella decade degli anni 70’, da riuscire ad accontentare anche questi artisti meno abbienti, chiamati al tempo: “i braccianti del flamenco”.